Ambiente
Il Mediterraneo - Un mare infernale e malato

 

Greenpeace ha lanciato il rapporto “Un Mare d’Inferno". Anni di ricerche scientifiche ormai dimostrano in modo inequivocabile che anche il Mediterraneo sta cambiando. “Non è più questione di ‘se’ o di ‘ma’. Si deve  intervenire con urgenza per arrestare la crisi.

Sempre più caldo e acido. Il Mediterraneo rappresenta meno dell’1% della superficie marina globale ma ospita, a seconda delle stime, dal 5 al 15% della biodiversità marina nota. Questo “punto caldo” di diversità biologica è anche un punto caldo per i rischi climatici (Parry, 2000). L’aumento di gas serra, con il conseguente innalzamento della temperatura media globale (+0,8°C rispetto al periodo pre-industriale), ha numerosi effetti sugli oceani del Pianeta e questi effetti sono ormai evidenti anche nel Mediterraneo.

 

L’alterazione del clima causa un aumento delle temperature (medie ed estreme) delle acque, ma anche un innalzamento della superficie del mare (causa lo scioglimento dei ghiacciai su terraferma e l’espansione termica dell’acqua), alterazioni delle precipitazioni e quindi della portata dei fiumi (e dunque dell’input di nutrienti ed altre sostanze), modifica la frequenza e l’intensità delle tempeste e sta già causando pericolosi cambiamenti nelle correnti marine, potenzialmente catastrofici. L’alterazione della concentrazione atmosferica della CO2 ha effetti pericolosi anche sulla chimica degli oceani.

Le acque del mare infatti assorbono un quarto della CO2 che immettiamo nell’atmosfera - circa 20 milioni di tonnellate al giorno - e ciò provoca un aumento dell’acidità degli oceani (Orr et al, 2009). L’effetto sui numerosi organismi marini dotati di uno scheletro o un guscio calcareo è lo stesso di una goccia di succo di limone su un guscio d’uovo. La CO2 in acqua diventa acido carbonico e abbassa sia il pH (l’acqua diventa più acida) che la concentrazione dello ione carbonato, il “mattone” fondamentale per costruire lo scheletro e le conchiglie di numerosi organismi marini come coralli e conchiglie: tutte queste strutture diventano quindi più fragili e sensibili ad altri fattori d’impatto come l’innalzamento delle temperature e l’inquinamento. Dall’inizio della Rivoluzione Industriale, l’acidità degli oceani, intesa come concentrazione dello ione idrogeno (H+), è aumentata del 30%, un cambiamento 100 volte più rapido di quello riscontrato negli ultimi milioni di anni.

A seguito delle alterazioni fisiche e chimiche degli oceani si stanno riscontrando impatti di vario tipo sugli organismi: dal disturbo “fisico” alle modificazioni del comportamento individuale, fino alle alterazioni della dinamica (riproduzione, mortalità…) delle popolazioni, con effetti che comprendono l’estinzione, locale o definitiva, di varie specie (Hughes, 2000; Parmesan and Yohe, 2003; Root et al., 2003). L’International Panel on Climate Change stima che il 20-30% delle specie animali e vegetali sia verosimilmente a rischio di estinzione con un aumento delle temperature globali che superi 1,5-2,5 °C

 

 

Il Mediterraneo è già cambiato, in peggio. Gli effetti del riscaldamento climatico sono ormai evidenti anche nel Mediterraneo, e non risparmiano gli strati più profondi di un mare semi-chiuso e di piccole dimensioni ma con fosse abissali che superano i 6.000 metri. Negli strati profondi del Mediterraneo è stato dimostrato un aumento annuo di temperatura dell’ordine di 0,004°C (Béthoux and Gentili, 1999; Béthoux et al., 1999).

Questo costante aumento, in apparenza modesto, è ritenuto estremamente significativo per un ambiente straordinariamente stabile quale quello degli abissi marini: altri studi hanno infatti dimostrato che le comunità biologiche abissali rispondono più rapidamente del previsto ai cambiamenti climatici (Danovaro et al., 2001). Più in superficie, e lungo le coste, l’aumento delle temperature è di gran lunga maggiore. L’aumento medio registrato nel Mediterraneo nord-occidentale è di 1°C negli ultimi trenta anni, mentre l’ondata di calore del 2003 è stato l’evento più caldo registrato sott’acqua (oltre che su terraferma in Europa) degli ultimi 500 anni (Luterbacher et al., 2004).

L’aumento delle temperature, le variazioni delle precipitazioni e quindi degli apporti di nutrienti dei fiumi, così come le possibili modifiche alle correnti, sono stati variamente correlati (assieme alla pesca eccessiva) alla diminuzione delle popolazioni di specie ittiche di importanza commerciale. La pesca ai piccoli pelagici, come le acciughe (foto Greenpeace/Giannì) è sensibile alle alterazioni del clima. La notevole diminuzione dello stock delle acciughe verificatasi in Adriatico negli anni ’80, crollate da 640mila a 16mila tonnellate, sarebbe in gran parte spiegabile (Bombace, 2001) da cambiamenti nelle condizioni idroclimatiche che potrebbero aver influito sulla sopravvivenza delle uova e delle larve delle acciughe (Salat, 1996).

Gli effetti noti del cambiamento climatico non si limitano alle specie di importanza commerciale (ovviamente oggetto di maggiori attenzioni da parte degli studiosi). Ad esempio, lo stress causato da periodi relativamente lunghi di elevate temperature ha prodotto mortalità in massa di vari organismi, come molte specie di spugne, coralli (compreso il corallo rosso) e gorgonie. Morìe di questo tipo sono state registrate in particolare nel 1999 e nel 2003 e in alcuni casi sono stati individuati, come responsabili, agenti patogeni (vibrioni) che si “attivano” con l’aumento delle temperature